Storia

Pietrapaola è un piccolo paese, il cui territorio si estende dal mare alla presila. Probabilmente di origine Brettia, etnia italica, dedita prevalentemente alla guerra, alla pastorizia e all’agricoltura. Si presenta come una struttura fortificata, vera e propria piazzaforte affacciata sullo Ionio ed arroccata attorno ad una rupe detta “Castello”. A poca distanza dall’abitato si trova un’importante cinta muraria risalente ai secoli IV – III a.C. detta “Muraglie di Annibale”, esse ci consentono di spiegare con precisione quale fosse il modello difensivo che prevedeva l’organizzazione territoriale brettia. Fino al XIII sec. Sono anni bui e vuoti di testimonianze. Si hanno documentazioni soltanto dal 1269 in poi, anno di dominazione Angioina, quando Pietrapaola fu concessa in feudo al milite francese Elia De Tuello. In seguito, fin dai primi anni del 1300, appare come centro abitato di notevole interesse economico. Alle tasse feudali si andavano ad aggiungere anche le decime; infatti, nel 1326 Pietrapaola, che faceva parte della Diocesi di Rossano, dovette pagare alla Regia Corte 24 once d'oro, due tori e dieci grani. Nel 1413, la signoria di Pietrapaola passò al cosentino Ruggero Britti e dopo ai suoi eredi. Quando alle vicende feudali, subì la signoria dei Ruffo di Montalto e poi di Marino Marzano. Questi, principe di Rossano, nominò il nobile Bernardino de Leonardis "Capitaneum nostrum ad guerram Baroniae nostrae Petrapaule”. Spodestato dai suoi possedimenti Marino Marzano per ribellione, il feudo passò di mano in mano: da Tommaso Guindazzo (1471) a Diego Cavaniglia conte di Montella (1472) a Giovanfrancesco Sanseverino, conte di Caiazzo, al quale i feudi furono confiscati. Alla fine del Quattrocento Pietrapaola passò a Ferrante d'Aragona, figlio naturale del re e futuro duca di Montalto. Ai suoi eredi il feudo restò per circa un secolo, allorchè entrò nei domini dei Ruffo principi di Sicilia e poi di Giovan Michele Mandatoriccio che nel 1619 l'acquistò per 25000 ducati. Seguirono i Sembiase, patrizi cosentini ed eredi dei Mandatoriccio, che mantennero il dominio su Pietrapaola dalla fine del Seicento fino alla legge sull'eversione della feudalità emanata dai Francesi. Con legge del 19 maggio 1807 il paese fu elevato a luogo nel governo di Cariati, ma il decreto del 4 maggio 1811 lo retrocedeva a frazione di Mandatoriccio. Con i Borboni (1 maggio 1816 ) riacquistò l'autonomia, persa nuovamente nel 1928 quando rientro a fare parte del comune di Mandatoriccio. Divenne definitivamente autonomo nel 1934. Ritornando al periodo del XV secolo, le condizioni economiche del paese cambiarono a causa degli abusi e delle corvée imposte dai feudatari a danno degli agricoltori che furono costretti ad abbandonare le colture, infatti, scomparvero le masserie e si ebbe un forte flusso demografico verso nuove zone. Durante il ‘700, grande impulso all’economia di Pietrapaola lo dette l’allevamento di pregiate razze di cavalli, muli, pecore e maiali semiselvaggi, allevati cioè nelle immense distese di querce e castagni di Orgia, Serino, Cucco, Ferrante e Cipodero che erano indicati come i territori più produttivi della provincia. Molto importante era la produzione di filati di lana, di lino, di cotone e di seta, in località “Varco”, materiali che erano poi venduti agli abitanti di Longobucco, Bocchigliero, Mandatoriccio e Cariati, paesi caratteristici per la tessitura di pregiate coperte ed arazzi, in cui erano rappresentati scene di caccia, fiori, ecc. Sempre in questo periodo si producevano basti di prima qualità, doghe per botti e barili. Inoltre nello stesso territorio erano presenti quattro mulini feudali per la molitura del grano ed altri cereali. In seguito si ebbe un decennio di dominio francese durante il quale, le strutture economiche e sociali si rinnovavano, emersero nuove famiglie come gli Urso e i Passavanti, che organizzarono le loro terre in maniera più dinamica, introducendo nuovi modelli di industria agraria. Nei secoli XVI – XVII il paese fu più volte oggetto di incursioni da parte dei Turchi: una parte della popolazione riuscì a sfuggire all’attacco, rifugiandosi nelle numerose grotte scavate nel masso “Timpa del Castello”: in questo periodo il paese e la Chiesa Madre vennero devastati, gran parte della popolazione venne fatta prigioniera e deportata ad Algeri. A Pietrapaola si trova un’architettura rupestre, tante grotte di tipo eremitico, ad opera di pazienti monaci calabro-greci, cosiddetti “Basiliani” che, nelle zone arenarie e tufacee edificavano scavando e, così facendo, stabilivano un intenso dialogo con l’Altissimo. Durante l’Alto Medioevo e fino al 1500, Pietrapaola come tutto il comprensorio ebbe una civiltà ed un’economia abbastanza significativa: su base autoctona si innestavano elementi provenienti dall’oriente greco-bizantino e dall’occidente latino. La caduta di Bisanzio ad opera dei Turchi (1453), la scoperta del Nuovo Mondo e delle nuove vie per le Indie, determinarono sconvolgenti conseguenze: 1) Rottura dell’unità spirituale ed economica fra Europa e Oriente; 2) Spostamento del centro economico mondiale dal Mediterraneo e dal sud Europa verso l’Atlantico; 3) Isolamento di Pietrapaola e del comprensorio. Questa inversione di tendenza venne aggravata da altre cause fra tutte le numerose dominazioni straniere: Normanni, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Borbonici, Piemontesi, che altro non hanno fatto di sfruttare le risorse presenti sul territorio. Il sistema feudale dominante fino alla metà di questo secolo era incentrato su un’economia latifondista, pastorale, arretrata, localistica. Sintomi di debolezza di questo periodo furono il brigantaggio e l’emigrazione. Tra umiliazioni ed intolleranze patite, i pietrapaolesi affrontarono le non semplici difficoltà della vita con dignità, tenacia e fierezza: amano conciliare tradizione e modernità, ed hanno un profondo e vissuto senso dei valori (la famiglia, gli affetti, la religiosità, la tolleranza e l’ospitalità). Sull’origine del nome di Pietrapaola ci sono varie interpretazioni, esse devono collocarsi almeno nel basso Medioevo in quanto il borgo, è menzionato in un documento del 1276, nel quale è riportato come Petra Paula. Lo studioso Alessio sostiene che il toponimo sia un composto del termine pietra e del nome proprio Paula (Paulus) o dell'appellativo pàula. Nel "Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria" dello studioso tedesco Gerhard Rohlfs si legge: - Dialettale Petrapaula, comune in Cosenza, a. 1325 castrum Petrapaule; da confrontare con Pietropaolo, toponimo nel Molise -. Per il Roglione il nome potrebbe derivare da Petrapa (luogo della rupe). Questo è un termine osco-arcaico, che si riferisce alla grande rupe che sovrasta, protegge e caratterizza il paese. Le origini di Pietrapaola sono avvolte nel mito e nella leggenda, e, da documentazioni paleontologiche si può evidenziare la sua antichità. Infatti, da documentazione certa, si attesta la presenza di popolazioni provenienti dalla Grecia. Un esempio di quanto sopra riportato, sono i ritrovamenti in località in cima all’abitato di Pietrapaola, dove si sono riscontrate loro frequentazioni sin dall’età del Ferro (IX – XIII Sec. A.C.). Un altro insediamento di notevole importanza è il dove si sono ritrovati materiali d’impasto come: “frammenti di ceramica”, “rocchetto di terracotta” e “anelli di bronzo”. L’abitato di Pietrapaola è sovrastato dalla “TIMPA DEL CASTELLO”, un’enorme roccia, dove la popolazione si rifugiava in caso di pericolo. Questo, fra l’altro, è confermato dai resti di una cisterna per la raccolta dell’acqua e da quelli di antiche costruzioni che si trovano sulla sommità, probabilmente sono quelli del castello nel quale fu segregato Ruggero Britti. Molto caratteristica è la “GROTTA DEL PRINCIPE”, che si trova nella roccia sovrastante l’entrata del paese, non abbiamo precise fonti storiche del perché fra le numerose grotte, questa si chiami così. Siamo portati a pensare che forse è stata abitata da qualche persona importante che si è rifugiata lì per difendersi dal nemico. La vista è affascinante, il punto è strategico e non facile da raggiungere, se non con gradini scavati direttamente nella roccia viva. All’interno si trovano una grotta d’ingresso e due laterali più piccole che presentano due feritoie per la difesa. Ai quattro lati della grotta principale ci sono delle colonnine con bellissimi capitelli e disegni diversi l’uno dall’altro. Essi sono stati incisi direttamente nella roccia e rappresentano un singolare esempio di arte rupestre. Attraversando le vie del paese si possono notare costruzioni di epoca medievale come l’arco di San Demetrio, su arcata a tutto sesto con travi di legno trasversali.

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